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Nel lontano inverno del 1620, molto tempo prima che gli inconfondibili archi dorati del McDonald’s spuntassero in ogni angolo del vasto e fertile territorio statunitense, la tribù dei wampanoag salvò i Padri Pellegrini dalla morte per fame, dando così inizio alla tradizione del Thanksgiving Day (il Giorno del Ringraziamento).

Da allora gli americani hanno attinto a numerose tradizioni gastronomiche per creare la propria, basata in larga misura sulla generosità della loro terra.
Fin dall’inizio andarono orgogliosi di questa ricchezza, rappresentata dal pesce dell’Atlantico settentrionale, del Golfo del Messico e dell’Oceano Pacifico, dalla fertilità delle terre agricole del Mid­west e dai vasti ranch del West che resero la carne di manzo, maiale e pollo una presenza giornaliera sulla loro tavola.
Le successive ondate di immigrati che raggiunsero gli Stati Uniti arricchirono ulteriormente la gastronomia locale, adattando le proprie tradizioni culinarie a quelle esistenti e importando piatti divenuti ormai tipici nella cucina americana, dalla pizza italiana e dagli hamburger tedeschi al borscht dell’Europa dell’Est, dagli huevos rancheros messicani al sushi giapponese.
In seguito, grazie a un’ampia rete commerciale e all’efficienza dei sistemi di trasporto, tutti poterono disporre di alimenti freschi, in scatola e surgelati, al punto che si potrebbe affermare che gli americani sono diventati grassi (e in seguito obesi) proprio per l’ampia disponibilità di fast food (o ‘junk food’), ovvero di alimenti che potevano essere consumati in tutta fretta e la cui qualità non era proprio delle migliori.
Non è un caso che nel lessico colloquiale americano compaiano espressioni come ‘grab a bite’ (‘fatti un boccone’), ‘pick up some takeout’ (‘prenditi qualcosa al take-away’) e ‘the munchies’ (le ‘cose da sgranocchiare’), insieme alla definizione di ‘road food’ per tutto ciò che si consuma andando per strada. Tutte queste espressioni hanno contribuito a dipingere la cucina americana come qualcosa di poco attraente agli occhi del resto del mondo.
Fu solo negli anni ’60 che sui giornali, sulle riviste e alla TV si iniziò a parlare seriamente di cucina e di vini. Negli anni ’70 chiunque (e non solo gli hippy) cominciò a interessarsi agli alimenti biologici e naturali e all’agricoltura sostenibile.
Nei due decenni successivi, la ‘foodie revolution’ (rivoluzione gastronomica) incoraggiò gli imprenditori ad aprire ristoranti di cucina regionale tradizionale, con menu che spaziavano dai piatti del Sud a quelli del Pacific North­west, all’altezza della migliore cucina europea.

 

Prima colazione

La prima colazione negli Stati Uniti è una cosa seria, ben lungi dal ‘caffè mordi e fuggi’.
Nei diner (le tipiche tavole calde) i camerieri servono a ripetizione uova e pancetta, waffle e hashbrown (frittelle di patate grattugiate simii al rösti svizzero), pancake e sciroppo d’acero. Il tutto innaffiato da un bicchierone di succo d’arancia.
Il sommo piacere mattutino, poi, è dato da quello che pare essere un diritto inalienabile per gli americani: una tazzona di caffè fumante, rigorosamente bollente e lungo, anzi, lunghissimo.
Provate a chiedere un ‘free refill’ (cioè di riempire nuovamente la vostra tazza): verrete accontentati!

Pranzo

In genere, dopo la pausa caffè di metà mattinata un americano che lavora pranza solo con un sandwich, un hamburger o un’insalata sostanziosa. Il cosiddetto ‘business lunch’ è un’abitudine delle grandi città come New York, dove il cibo di solito conta meno della conversazione.
Ad accompagnare il pranzo degli americani di solito è un tè freddo (con possibilità di tornare a riempire il bicchiere a volontà).

Cena

Nella maggior parte dei casi la cena dei giorni feriali è un pasto più sostanzioso del pranzo, che di solito viene consumato abbastanza presto e che – considerato il carico di lavoro delle famiglie con entrambi i genitori impegnati fino a tardi – consiste spesso in piatti da asporto (per esempio pizza o specialità cinesi) o pasti preconfezionati da riscaldare nel forno a microonde.
I dessert sono quasi sempre costituiti da gelati, torte o crostate.
Ancora oggi alcune famiglie preparano la tradizionale cena della domenica sera con amici e parenti, fanno grigliate all’aperto e organizzano picnic nel week­end.

Street food e spuntini

Mangiare hot dog o pretzel dai furgoncini (food carts o food trucks) o tacos e barbecue dai camioncini posteggiati in strada è un’esperienza molto americana.
Senza contare che oggi i chioschi ambulanti sono l’ultima moda in fatto di cucina, ora che lo street food è un grande trend e questi posti sono una miniera di piatti creativi, genuini e raffinati e a volte decisamente bizzarri.
A New York City se ne trovano a ogni angolo di strada e i carretti più amati segnalano i loro spostamenti per le vie della città addirittura su twitter (es. biggayicecream, korillabbq, calexiconyc per citarne solo alcuni).
I food trucks sono famosi per la qualità della loro offerta gastronomica anche altrove negli Stati Uniti: Portland, Austin, Minneapolis, Los Angeles, Las Vegas e Miami sono le città più ‘battute’.

La cultura del brunch

Lunghe file, pochi convenevoli, un cocktail mimosa (succo di arancia e champagne), caffè, uova, pane e tutto quanto fa bene dopo una sbornia: ecco gli ingredienti della geniale invenzione statunitense (e soprattutto newyorkese) che ha fuso breakfast e lunch in una gradevole combinazione di cibo e chiacchiere, da consumare preferibilmente la domenica in tarda mattinata o anche nel primo pomeriggio (tra le 11 e le 16).
Uno degli innumerevoli casi in cui l’America ha fatto scuola.

Ristoranti e orari dei pasti

Cenare nei locali più in voga delle grandi città americane è impossibile senza prenotare con un buon anticipo (di persona o tramite la reception del vostro albergo), informandosi sull’esistenza o meno di un dress code particolare e, soprattutto nei frequentatissimi locali dei grandi chef, preparandosi ad accettare un tavolo a inizio serata o piuttosto tardi.
Ristoranti a parte, di solito gli americani mangiano presto sia al ristorante sia a casa, per cui non stupitevi se trovate i locali affollati già a mezzogiorno o alle 17.30. Nelle cittadine più piccole della provincia americana potrebbe essere difficile trovare le cucine aperte dopo le 20.30 o 21.
Spesso a cena si pasteggia con la birra.
Per evitare brutte figure, al ristorante ricordatevi di lasciare la mancia (di norma il 15% dell’importo del conto, il 20% o più se il servizio è stato eccellente), a meno che sul menu non venga chiaramente segnalato che il servizio è compreso.

Galateo a tavola

Gli americani non sono noti per avere maniere formali a tavola ed in effetti hanno un approccio abbastanza informale, anche se in genere prima di mangiare aspettano che tutti siano stati serviti.
Di seguito riportiamo qualche informazione utile su comportamento e consuetudini.

  • Come in Italia, è consuetudine posare il tovagliolo sulle gambe, soprattutto quando viene servito il pasto.
  • Molti americani pregano prima dei pasti; se preferite non unirvi alla preghiera, è sufficiente restare seduti in silenzio.
  • Molti piatti si mangiano con le mani e in genere un pezzo di pane si imburra e si mangia in un solo boccone. 
  • Spesso il cibo è servito in modo familiare, cioè su grandi piatti di servizio che vengono fatti passare da un convitato all’altro.
  • Se non avete finito di mangiare, mettete coltello e forchetta incrociati sul piatto, con la forchetta sopra. Quando avrete finito collocate le posate parallele sul lato destro del piatto, esattamente come fareste in un ristorante italiano.
  • Non fatevi problemi a rifiutare qualche cibo o bevanda senza fornire particolari spiegazioni.

Feste e inviti

Le feste serali in genere iniziano con un cock­tail tra le 18.30 e le 19, seguito da un buffet o da una cena vera e propria.
Non è raro che l’abbigliamento per un evento sociale sia casual come per un barbecue o un picnic nel parco.
Se venite invitati a cena, è educato essere puntuali nonostante l’atmosfera rilassata e amichevole: l’ideale è arrivare entro i 15 minuti successivi all’ora prestabilita.